Dialogo im-possibile

Alcuni retaggi ottocenteschi ci hanno indotto a credere che esista una intrinseca separazione e una sorta di incomunicabilità tra cultura scientifica e cultura umanistica.
Eppure la conoscenza, come era ben noto in epoca medioevale e rinascimentale, racchiude in sé i diversi codici e saperi in un’unica infinita rete di connessioni, collegamenti, associazioni.
Solo quando c’è scambio tra realtà e linguaggi differenti scocca quella magica scintilla che dà vita a nuove idee e all’evoluzione della civiltà. Scienza e arte, sebbene utilizzino codici diversi, si ripropongono di fornire una interpretazione e una visione del mondo: la scienza si basa su dati oggettivi e informazioni provate secondo il metodo scientifico, la seconda si basa su dati soggettivi ed esperienziali rielaborati secondo i principi dell’estetica filosofica e artistica.
Scienza e arte, dunque, sono discipline visionarie nel senso più elevato del termine in quanto offrono immagini, modelli e scenari teorici o immaginari, che presentano prospettive di futuri possibili.
Futuri possibili che sono al centro del “Dialogo im-possibile tra scienza e arte” che vede un uomo di scienza (Franco Siccardi) porre a un climatologo (Antonello Provenzale), a un artista (Beppe Schiavetta) e a uno studioso di archeologia (Lorenzo Verderame) interrogativi cruciali sul rapporto uomo-natura rispetto ai mutamenti climatici e all’evoluzione della nostra specie.
La metafora è quella di Ur, una della più grandi città della Mesopotamia, distrutta da una terribile desertificazione nel XXI secolo a.C. Le testimonianze apocrife di questa devastazione climatica ci sono pervenute attraverso le Lamentazioni di Ur, composizioni in lingua sumerica che esprimono dolore e sbigottimento di fronte a questa apocalittica e ingiustificata catastrofe.

Che cosa accomuna gli antichi abitanti di Ur a quelli delle nostre città contemporanee?

Quali paure, emozioni, e umani interrogativi emergono da un testo in caratteri cuneiformi del secondo millennio a.C.?

Quali elementi può fornirci oggi la scienza per conoscere e prevedere o prevenire i fenomeni climatici?

Può l’arte, attraverso il pensiero analogico e l’immaginazione creativa, suggerirci nuovi modi per affrontare, governare e vivere il cambiamento?